mercoledì 22 febbraio 2012

Facciamo tesoro degli errori, dopo l'Ara Pacis

Facciamo tesoro degli errori, dopo l'Ara Pacis
Messaggero Cronaca di Roma 22/9/2005
«Facciamo tesoro degli errori». Alla vigilia della riapertura al pubblico dell'Ara Pacis il vice ministro dei Beni culturali Martusciello scrive una lunga lettera aperta al sindaco di Roma Veltroni. La premessa è di «non voler rovinare la festa». Di fatto però l'atmosfera non è più la stessa e riaccende le polemiche suscitate dal progetto, commissionato 8 anni fa dalla giunta Rutelli all'architetto Meier e punta il dito anche sulle «troppe revisioni in corso d'opera con conseguente lievitazione dei costi».
Al primo punto è proprio la spesa: dobbiamo gestire un patrimonio immenso «con poche limitate risorse», ricorda Martusciello, per cui bisogna fare «grande attenzione alle priorità e lavorare con rigore a progetti realistici, perché una inadeguata progettazione può portare a revisioni in corso d'opera, con conseguente lievitazione dei costi delle realizzazioni». Una cosa che «nel caso dell'Ara Pacis - sottolinea - è sicuramente avvenuta, sottraendo risorse decisive per altri interventi di recupero o di valorizzazione».
Ma non basta: «Altro errore da evitare - dice Martusciello - è quello di inseguire miti altrui e soprattutto indulgere al pregiudizio ideologico, che non è mai buona guida nell'affrontare questioni che riguardano la storia e la sua memoria e non, invece, l'attualità politica (un atteggiamento che ispirò Rutelli, affascinato dall'idea di cancellare una discutibile opera dell'era fascista)».
Roma, ricorda quindi il viceministro, è diversa dalle altre capitali europee, ricca di monumenti e caratterizzata dalla stratificazione della memoria. Per cui «intervenire nel tessuto urbanistico della capitale è operazione da fare in punta di piedi, senza assecondare chi, per legittima ambizione professionale, pensa di poter lasciare un segno a due passi dalle opere eterne della Roma antica e della Roma barocca, con il rischio di stravolgere i modelli urbanistici della Capitale».
Ultima nota dolente: la collaborazione tra le istituzioni. «È mancata - scrive il vice ministro - i conflitti di competenze, i rimpalli di responsabilità, le polemiche - hanno come Unico risultato quello di allungare i tempi e far aumentare a dismisura le spese. Se, fin dall'inizio dell'intervento, il Comune avesse lavorato di concerto con Soprintendenze e ministero, si fosse avviato un confronto continuo, come quello ottenuto dal ministro Urbani nel 2003, probabilmente l'opera sarebbe stata completata prima e meglio». Ora quindi, conclude, «Facciamo tesoro di questi errori, per non ripeterli più, collaborando da subito per gli interventi che riguarderanno la piazza e il Porto di Ripetta. Roma non sa che farsene di gelosie e conflitti».

domenica 22 gennaio 2012

Ara Pacis, la Disneyland di Veltroni

Ara Pacis, la Disneyland di Veltroni
Marcello Viaggio
Il Giornale - cronaca Roma 23/9/2005
E' prevista per stasera la prima passerella del sindaco Walter Veltroni all'Ara Pacis, dove sarà oggi presentata sotto i riflettori di stampa e tv la contestatissima teca progettata dall'architetto statunitense Richard Meier, destinata a essere inaugurata nei prossimi mesi. E mentre Italia Nostra, furibonda per quello che considera uno scempio, scrive al ministro Rocco Buttigliene e per oggi ha organizzato un sit-in informativo negli
orari della cerimonia, c'è anche chi, come Fabio De Lillo (Forza Italia), fa notare come siano sparite tutte le buche sul vicino lungotevere: «Il sindaco taglia il nastro a un'opera non finita, attuata da Rutelli con un architetto che ha dovuto rifare il progetto ben quattro volte prima di riuscire a capire che Roma non è Orlando e che l'Ara Pacis non è Disneyland».


Appello al ministro Rocco Buttiglione da Italia Nostra. E fermo monito di Forza Italia a Veltroni: «Basta chiedere soldi al governo, se devono essere sprecati in questo modo». Sull'Ara Pacis infuriano impetuose le polemiche. Oggi pomeriggio è in programma nella capitale la prima parziale inaugurazione della nuova teca: una nuova passerella del sindaco Veltroni. Con immagini destinate a fare il giro della penisola. Gloria, applausi, taglio del nastro. Il tutto alle sette di sera, in una coreografìa di luci attentamente studiata a tavolino.
Peccato che questa volta il popolo romano proprio d'accordo non sia. Italia Nostra ha infatti annunciato un sit-in di protesta, dalle 17, davanti a Palazzo Borghese, a poche decine di metri dall'altare. «Veltroni non ci ha neppure invitati all'inaugurazione - afferma stizzita l'architetto Mirella Belvisi -, ma faremo sentire lo stesso la nostra voce. Quando arriverà il sindaco l'Ara Pacis sarà illuminata, in tv farà effetto. Però lo scatolone di Meier ha seppellito il passaggio che univa il Mausoleo di Augusto al Tevere. E il parcheggio e il sottovia che saranno costruiti al lungotevere cancelleranno per sempre l'antico Porto di Ripetta».
La struttura doveva essere, in origine, una nuova teca. In sostituzione dell'antica copertura del 1938 di Morpurgo. È diventata invece un monumento all'urbanistica delle giunte di sinistra. Rutelli nel '96 ne affidò la realizzazione all'architetto americano Meier, senza alcun concorso internazionale. La costruzione è iniziata nel 2000. Oggi è ancora incompiuta, mancando la parte esterna (scalinata e obelisco), per non parlare della pavimentazione in travertino, gli arredi e l'auditorium. I costi della struttura però sono lievitati in 4 anni da 5,9 milioni a 16,8, secondo Italia Nostra. L'associazione ha inviato ieri al ministro dei Beni Culturali, Rocco Buttiglione, una lettera aperta: «Meier, oltre a non aver considerato il contesto storico-architettonico, ha occupato lo spazio in modo da occultare sia il Mausoleo di Augusto che le chiese di San Rocco e San Girolamo. Non si può permettere che la moda di chiamare famosi architetti a lasciare il segno modifichi irreparabilmente i delicatissimi equilibri del centro storico di Roma, tutelato come patrimonio mondiale dall'Unesco». Fra i partecipanti al sit-in, Giorgio Muratore, professore di storia dell'arte a La Sapienza: «Accusano noi di Italia Nostra di essere retrogradi, dicono che questo è il futuro. Ma per valorizzare l'Ara Pacis bastava restaurare quello che c'era e renderlo agibile». Critico anche il comitato di quartiere «Il Tridente»: «Il progetto ha completamente ignorato il Mausoleo di Augusto, ridotto a una discarica d'immondizia, coi barboni sotto i portici».
L'opposizione di centrodestra spara colpi di artiglieria ad alzo zero. «L'Ara Pacis è un esempio di sperpero senza precedenti - accusa il neocapogruppo di Forza Italia, Pasquale De Luca -. Veltroni e Causi non si permettano più di chiedere soldi al governo se devono sperperarli in questo modo». Azione Giovani: «Non sappiamo cosa vada ad inaugurare Veltroni. L'Ara Pacis è un'opera incompiuta, fatta male, senza nessun vantaggio». Di progetto concepito «soprattutto per appagare l'ego del sindaco» parla Fabio Desideri, capogruppo della Lista Storace alla Regione: «Non capiamo l'utilità di una nuova ingombrante struttura, quando quella esistente s'integrava perfettamente col complesso storico-architettonico. Piazza Augusto Imperatore prima dell'avvento del centrosinistra, era un gioiello. Oggi il Mausoleo di Augusto è una gigantesca latrina». Ancora più duro Fabio Rampelli, capogruppo di An in consiglio comunale: «Alla fine il flagello Meier si è abbattuto sulla storia di Roma, la nuova teca che contiene l'Ara Pacis rappresenta il peggiore intervento urbanistico del secondo dopoguerra e porta la firma di Rutelli-Attila e Veltroni-Vercingetorige». Ma il disegno di Veltroni è chiarissimo: l'inaugurazione ufficiale dell'Ara Pacis avverrà la prossima primavera, prima delle elezioni comunali.

giovedì 22 dicembre 2011

Il vestito nuovo dell’Ara Pacis

Il vestito nuovo dell’Ara Pacis
Roberto Cotroneo
sabato 24 settembre 2005 L'Unità
A un certo punto, saranno state le quattro del pomeriggio, d’improvviso si è alzata una nuvola di polvere bianca per tutto il cantiere, una nuvola che il sole romano del pomeriggio ha acceso di un colore strano, che sembrava provenisse dai secoli passati. Così i caschi degli operai, rossi per la maggior parte, e bianchi per alcuni, sembravano delle macchie bizzarre, l’unica forma di modernità in un panorama di grigi, bianchi, di marmi antichi e di marmi moderni. Stiamo parlando del cantiere dell’Ara Pacis, a Roma. Uno dei monumenti più importanti della capitale,ma anche una delle storie più strane, più lunghe e più controverse dell’archeologia. Stiamo parlando di quello che dovrà essere uno dei fiori all’occhiello della giunta di WalterVeltroni. Il nuovo padiglione per l’Ara Pacis, la nuova area dell’Ara Pacis, progettata e realizzata da Richard Meier. Chiusa ai visitatori da quasi dieci anni. Pronta a essere restituita al mondo dopo mille controversie e troppe, davvero troppe polemiche, che arrivano fino a oggi.
Già domani (oggi per chi legge) è previsto un sit-in di Italia Nostra, contro quello che viene già definito lo scatolone di Richard Meier. E non finirà qui. Perché nelle questioni di lana caprina, nelle polemiche senza senso e senza paradigmi siamo tutti specializzati. E dire che l’Ara Pacis è un giallo archeologico e culturale di quelli che affascinano, perché dura da decenni, e comprende tutto: politica, archeologia, soprintendenze, l’idea dei monumenti, modernismo e classicismo, zenit e nadir, giorno e notte.

Vediamo di ricostruirla davvero. Non è proprio scontato che tutti sappiano cosa sia l’Ara Pacis. A orecchio, dato il nome, e il luogo dove sta, è un monumento romano. Esatto. Per essere doverosamente più precisi, tutto comincia il 13 a. C., anno in cui Augusto torna a Roma dopo tre anni di guerre in Gallia e nella penisola Iberica. Il 4 di luglio di quell’anno il Senato romano decretava la costruzione di un altare per la pace Augustea, da collocarsi in un’area alla fine della via Flaminia adiacente al Campo Marzio settentrionale.

Proprio dove sta oggi. Un altare sacrificale davanti, il mausoleo di Augusto dietro, e un Horologium solare, l’horologium di Augusto, che il giorno 23 di settembre, compleanno di Augusto, attraverso uno gnomone della meridiana che non era altro che l’obelisco che oggi tutti possono vedere in piazza Montecitorio, proiettava una linea equinoziale che attraversava tutta la meridiana e finiva dritto dritto dentro l’Ara Pacis.

Come effetto propagandistico non era male, e i romani in questo erano deimaestri. Naturalmente tutto il complesso, compresi i mosaici, le mirabili sculture, i segni zodiacali in bronzo, i sentieri di travertino, e il fiume Tevere, era un luogo di grande suggestione e molto importante. Fitto di significati simbolici, soprattutto per le sculture che fregiano sia l’esterno che l’interno dell’Ara Pacis. Solo che l’idea che noi abbiamo dell’archeologia è assai moderna. E assai lontana dall’idea che si è avuta per il resto dei secoli. L’Ara Pacis viene proprio dimenticata e finisce interrata dal limo del Tevere, dalle inondazioni e dall’oblio. Finché nel 1568 dalle fondamenta di Palazzo Peretti vengono estratti nove grandi blocchi di marmo scolpiti da entrambi i lati. Non sanno che farci, non sanno che cosa sono. Prendono una sega, li tagliano e poi, visto che è marmo scolpito, vendono tutto al Granduca di Toscana, che lo dà agli Uffizi. In seguito un altro pezzo finisce al Louvre, mentre i festoni del recinto arrivano a Villa Medici a Roma, dove vengono murati sulla facciata interna. Ordinaria amministrazione. O quasi. Nessuno capisce che roba sia quella. Pezzi romani, blocchi romani. Stop.
Bisogna aspettare la fine dell’Ottocento perché un archeologo tedesco, che si chiamava Friedrich von Duhn, spieghi che quei blocconi di marmo meraviglioso e che nessuno ha mai rimesso assieme sono l’Ara Pacis di Augusto. E si devono aspettare i primi anni del Novecento perché Eugen Petersen faccia anche un’ipotesi,ma solo un’ipotesi, di ricostruzione. Come si direbbe al cinema. Stacco. E arriviamo di corsa al fascismo. Siamo nel 1937.Romaè in pieno delirio da impero. Gli architetti del fascismo sono operosi e fortemente motivati. L’idea non è soltanto di esasperare l’idea della romanità che il fascismo posticciamente si inventa per tutto il tempo del Regime, ma anche di considerare quella romanità come una vera e propria esperienza estetica. Roma non è più una città contaminata da migliaia di opere d’arte di ogni epoca e di ogni tipologia che convivono una accanto all’altra e persino una sull’altra. Roma è un museo di contemplazione. Roma è il luogo dove si ammirano grandezza emagnificenza. Così San Pietro trova la sua passerella di via della Conciliazione, e i Fori ritrovano uno splendore ideologico con l’apertura della grande via. È un paradigma come un altro. Discutibile come tanti altri. Certo, fortemente ideologico, ma anche decisamente moderno. Non recupera quello che c’era, inventa gli spazi, ed esaspera l’idea che le rovine antiche non siano quel che rimane di una città,ma abbiano una coerenza estetica anche solo in quanto rovine. Dunque non vanno vissute nella quotidianità ma vanno guardate con l’ammirazione che si deve a qualcosa di sacro e di assoluto. Buon per loro. Anche perché a questo si aggiunge un altro problema. I fascisti non erano ossessionati soltanto dalla mistica, ma anche dalle ricorrenze. E si sa, anche dal culto del passato. Il 1938 è data importante: sono duemila anni dalla nascita di Augusto, e per il fascismo, che è finalmente arrivato all’impero non c’è occasione migliore di questa. Fino a quel momento, fisicamente, l’Ara Pacis non esiste. Da quel momento si decide che esisterà. Per prima cosa si recuperano più frammenti possibili là sotto. Sperimentando tecniche all’avanguardia, visto che buona parte di quel marmo stava immerso nelle falde acquifere del Tevere. Poi, tra il giugno e il settembre del 1938, Giuseppe Moretti, grandissimo archeologo, ricostruisce il grande altare. Mancano i pezzi del Louvre, che non vengono restituiti, e mancano i fregi che stanno a Villa Medici, che sono anche quelli dei francesi, e anche quelli non vengono restituiti. Pazienza. Ma l’operazione riesce bene. Dopo 1800 anni, anno più anno meno, l’Ara Pacis torna a esistere. Certo,ma dove? E qui viene il bello. Nel 1938 decidono che deve stare là, dove è sempre stata. Davanti al Tevere. Solo che gli argini hanno cancellato il porto di Ripetta, della Meridiana neanche l’ombra, lo gnomone che sembrava un effetto speciale degno di Spielberg, segna ombre ormai soltanto sul palazzo di Montecitorio, che ai quei tempi era soltanto «un’aula sorda e grigia ».
E non è che si può rimettere in piedi quel prodigio iniziatico, la rappresentazione della Tellus, della Terra madre, la divinità femminile con in grembo due fanciulli, la Venere genitrice, la volta celeste dei bronzi, e tutti i simbolismi dei fregi dell’altare. Là c’è il lungotevere, l’area non esiste più e non puoi certo lasciare l’altare alle intemperie. Così chiedono all’architetto Ballio Morpurgo, di inventarsi una cosa. E Morpurgo si inventa una cosa banale, e vagamente ragionevole: un contenitore, dove evitare che l’Ara si prenda la pioggia, il vento e poco più. Peccato che se metti un altare sul lungotevere, in una città come Roma, finisce che lo distruggi.

Dal 1938 le macchine sono diventate centinaia di migliaia, l’inquinamento, l’umidità del Tevere rischiavano di uccidere l’Ara Pacis. A quel punto nel 1996 viene affidato dalla giunta Rutelli all’architetto Richard Meier il compito di sistemare in modo più consono l’Ara Pacis. Meier è uno che non si è mai occupato di monumenti romani, ha lavorato in tutto il mondo, ma in posti come Las Vegas, ha costruito palazzi sedi di reti televisive, e forse non è praticissimo di siti archeologici. Non è detto che sia un male. E a vedere il cantiere quasi finito ieri, si può dire con decisione che è stato un bene.
Perché l’area dell’Ara Pacis è davvero bellissima. Ma dalle contraddizioni non si esce in nessun modo. L’equivoco sta nella filologia archeologica, o nell’archeologia filologica, che pretende di inventare quello che non esiste più, e non è quasi mai esistito.Quella non è più l’area di Augusto, di quell’area non c’è più nulla, e il valore storico dell’Ara Pacis in quel luogo viene dal fascismo, non dalla romanità. Se l’Ara Pacis fosse stata ricostruita nei musei Capitolini, in una sala enorme, ci saremmo tutti abituati da sempre a vederla là. Si è deciso che l’Ara Pacis doveva rimanere nel sito, interpretando un’ideologia del feticismo dei luoghi che il fascismo alimentava. Poi le cose rimangono. Il bravo Meier ha fatto un miracolo, un miracolo come la piramide del Louvre, che ha molto a che fare con il museo di Parigi, anche se è di cristallo.
Poi, certo, il contentino è stato dato a un sacco di gente. Hanno voluto una fontana accanto, in ricordo simbolico del porto di Ripetta?Epassi la fontana. Altri hanno chiesto il piccolo auditorium?E perché no.
E soprattutto c’è il progetto del sottopasso del lungotevere che trasformerà quella zona in una zona pedonale, come fosse una passeggiata archeologica tra vetro emarmo. Con il senno di poi avevano ragione tutti. Sgarbi, Urbani, Rutelli, Veltroni, Borgna, i sovrintendenti che si sono succeduti. Ognuno terrorizzato da un’idea archeologica che sta al buon senso come il sudoku sta alla fisica teorica. Solo i fascisti pensavano che Augusto dovesse rivivere lì, il giorno del suo due millesimo compleanno. Noi che abbiamo superato tutte le distorsioni imperiali ed estetiche di quel mondo, stiamo ancora a farci la stessa domanda.
Tenuto conto della quantità di smog, e di cosa è diventata Roma, come si poteva lasciare là un capolavoro della scultura di tutti i tempi senza farlo sbriciolare? L’eccellente Meier ha fatto un lavoro che finirà nei libri di architettura. Per il resto da oggi li facciano questi sit-in, per quel che servono. Ma se vanno a farli sotto l’Ara Pacis si ricordino che l’area è sacra e delicata. E soprattutto che è il compleanno di Augusto. E dunque che sia un sit-in, ma con le candeline, 2067 candeline, per essere precisi...



INAUGURATA IERI, nel giorno del compleanno dell’imperatore Augusto, la teca che protegge il monumento romano, prima opera «svelata» della struttura progettata dall’architetto americano Richard Meier

Limitare i danni causati dallo «scatolone di Richard Meier», promuovere da oggi in poi la consultazione dei cittadini prima di operare nel centro storico, inviare una lettera al ministro dei Beni culturali, Rocco Buttiglione, perché venga Ricostituita una commissione ad hoc.
Sono gli obiettivi della protesta di Italia Nostra contro il riassetto dell'area dell'Ara Pacis firmata da Richard Meier.
A questo scopo, ieri, l'associazione ha allestito in piazza del Porto di Ripetta,a poche decine di metri dal cantiere, un banco per la raccolta di firme.
Secondo i promotori. «la struttura di Meier, lunga più di duecento metri, è sproporzionata rispetto alle dimensioni del monumento.
Svilisce il patrimonio archeologico: durante i rilievi, che sono stati colpevolmente effettuati dopo l' inizio dei lavori, sono emersi resti di età augustea che lasciano intendere che l' area del mausoleo di Augusto si affacciava direttamente sul fiume. Qui c'era il Porto di Ripetta, e se ne è perso il valore storico». Dello stesso avviso l’architetto inglese Leonor Krier, che accusa il «modernismo»di Meier: «Dovrebbe lasciare spazio a chi è davvero esperto di centri storici».

Ara Pacis, bufera su Vettroni e Meier

Ara Pacis, bufera su Vettroni e Meier
Daniele Petraroli
Il Giornale - cronaca Roma 24/9/2005
Inaugurata ieri pomeriggio la mastodontica opera di Richard Meier tra le polemiche di Alleanza nazionale e Italia nostra. Per l'architetto Giuseppe Strappa si tratta di «un'astronave calata sul lungotevere». Militanti di An hanno manifestato travestiti da centurioni romani. «D'ora in poi Augusto non riposerà più in pace», per il consigliere municipale Alessandro Cochi. «Si tratta del peggiore scempio urbanistico che Roma ricordi», secondo il consigliere capitolino Marco Marsi-
lio. Il Comune, intanto, ha annunciato un bando di concorso internazionale per risistemare interamente piazza Augusto imperatore dopo le critiche piovute da più parte al nuovo «contenitore» del mausoleo di Augusto. Sul fronte giudiziario, la Procura della Corte dei conti ha impugnato la sentenza che lo scorso dicembre aveva assono tre funzionari capitolini, due sovrintendenti e un assessore della Giunta Rutelli.


Dopo quasi dieci anni di polemiche è arrivato il momento dell'inaugurazione. Meglio della pre-inagurazione in salsa elettorale. L'Ara Pacis verrà aperta, infatti, solo il 21 marzo prossimo. Per il momento l'hanno potuta vedere solo giornalisti e «corte dei miracoli» del sindaco. Dal primo weekend di ottobre (1 e 2), invece, cominceranno le visite guidate previa prenotazione.
Dentro, sorrisi e complimenti al sindaco e all'architetto Meier, autore dell'opera; fuori la contestazione, prima di «Italia nostra», poi di Alleanza nazionale. «Siamo contro questa vera e propria invasione barbarica - ha spiegato il professor Antonio Tamburrino, consigliere di Italia nostra - come disse Federico Zeri, "Meier conosce Roma antica come io conosco il Tibet". Quest'opera non ha alcun tipo di rapporto con l'Ara Pacis. Ingabbiata in questo scatolone perde il significato simbolico che aveva. In più va a interferire con ciò che si vede, le chiese e il prospetto di palazzo Massimo, e con ciò che non si vede, il porto di Ripetta e la struttura che collegava il mausoleo d'Augusto al fiume. La nostra battaglia, comunque, è solo all'inizio». Ancor più duro il giudizio dell'architetto Giuseppe Strappa: «È un'astronave calata sul lungotevere. Non ha alcun rapporto con la tradizione romana».
Più colorita la protesta di An. Una cinquantina di militanti vestiti da antichi romani hanno protestato contro la mastodontica opera. Tra loro anche un redivivo Augusto, «risorto» nel giorno della sua nascita (proprio il 23 settembre) per scagliarsi contro il sindaco e l'architetto, che hanno costruito «una pompa di benzina sull'altare mio spendendo 15 milioni di euri. Veltroni ma chi sei? Er fijo de Attila?».
«La giunta sta inaugurando il peggior scempio architettonico e urbanistico che Roma ricordi» per il consigliere comunale Marco Marsilio. «D'ora in poi Augusto non riposerà più in pace -per Alessandro Cochi, consigliere in I municipio -. Dovremmo comprarci e custodire gelosamente una cartolina di com'era l'area fino a poco tempo fa. Questi signori avranno un bel peso sulla coscienza». Manifestazione conclusa con un vero e proprio blitz del consigliere municipale Federico Mollicone all'interno dell'area recintata che ha rischiato di rovinare la festa di Veltroni.
«Le polemiche sul piano culturale vanno bene, questo no», la risposta del sindaco comunque soddisfatto per l'ennesima passerella elettorale tra sorrisi e strette di mano. «Tutto è partito con l'obiettivo di salvare l'Ara Pacis - ha continuato Veltroni - che nella teca di Morpurgo era in condizione di pericolosità». Perplessità, però, devono essere venute anche all'amministrazione capitolina che ha deciso proprio ieri mattina di indire un bando di concorso internazionale per risistemare interamente piazza Augusto imperatore. «In due o tre anni speriamo di fare tutto. La piazza già era asimmetrica, ora deve ritrovare la sua armonia», ha ammesso infine il sindaco. «Troppo tardi -è la risposta di Marsilio - ormai il danno è fatto. Adesso su piazza Augusto Imperatore c'è una ferita non rimarginabile, un segno violento e fuori contesto del quale purtroppo sarà impossibile non tenere conto nella progettazione dell'intera piazza».
Polemiche a non finire, dunque. Secondo l'architetto Leon Krier, docente alla Princeton University, quella di Meier è «una vera e propria dichiarazione di guerra ai centri storici». Inattesi complimenti alla mastodontica opera (200 metri di lunghezza) arrivano invece dal principe Sforza Ruspoli: «Si coniuga bene con lo stile fascista. Perché Roma è stata costruita dagli antichi romani, dai papi e da Mussolini. Dopo si è visto ben poco di veramente ragguardevole». Un apprezzamento che bisogna vedere quanto possa far piacere a Meier e Veltroni.
La novità di ieri, infine, è che al posto dell'obelisco originariamente previsto nel progetto possa sorgere un'antica colonna romana. «Ne stiamo cercando una rinvenuta proprio in quest'area - ha spiegato il sovrintendente ai Beni storici e culturali del Campidoglio Eugenio La Rocca - che, insomma, non risulti estranea a questo luogo. Dovrà ricordare simbolicamente la meridiana del "solarium Augusti"». Fine dell'inaugurazione, non delle polemiche.

martedì 22 novembre 2011

Richard Meier: il ritorno di un americano a Roma

Richard Meier: il ritorno di un americano a Roma
Paolo Conti
Corriere della Sera - cronaca Roma 24/9/2005
Un americano a Roma. Irresistibile la tentazione di citare quel titolo, Richard Meier alle prese con l'Ara Pacis col suo (discusso) progetto è la traduzione architettonica di un racconto a sfondo morale: giovane studente statunitense si innamora di una capitale europea e «da grande», ricco e famoso, salda i conti coi ricordi lasciando un segno indelebile. Meier ha studiato all'American Academy in Rome, in via Angelo Masina al Gianicolo. Forse, chissà, quel suo amore per il bianco assoluto, persino le grandi vetrate del progetto dell'Ara Pacis nascono dai mesi passati nell'immenso edifìcio costruito nel 1894 da un gruppo di ricchi filantropi americani (qualche cognome: Vanderbilt, Rockefeller, Carnegie, i Frick grandi collezionisti) e inondato dal sole romano che sgorga dai finestroni.
Magari non sarà proprio così, magari i riverberi del Gianicolo hanno un peso specifico relativo nella vicenda che ha appassionato (in senso negativo e positivo) urbanisti e intellettuali in questi anni. Ma è bello pensarlo.«La mia prima visita nella capitale risale al 1959 quando venni per due mesi per studiare architettura. Non sono venuto come un americano, come un newyorchese, ma come qualcuno che già amava Roma», ha detto ieri l'architetto.
Meier ha molti tratti intellettuali europei, e quindi anche italiani. Confessò in un'intervista di essere rimasto vittima di una specie di folgorazione affacciandosi per la prima volta sulla spiaggia di Jesolo: «Ero stupito dalla profondità e dalla bellezza della spiaggia, noi non ne abbiamo così in America, nemmeno in California. E poi quella luce sul mare...
Chissà cosa dev'essergli capitato affacciandosi su Roma, la mattina o il pomeriggio del suo arrivo, dalla terrazza del Fontanone dell'Acqua Paola, a pochi metri dall'American Academy. Altro che la luce di Jesolo: sicuramente qualcosa che somigliava alla sindrome di Stendhal. Adesso questo ex giovane americano a Roma, diventato urbanista e architetto di grido, lascia il suo segno perenne nel cuore antico della città. Qualche amministratore culturale capitolino ironizza su tanta attenzione e parla di «fissazione» a proposito delle lunghe polemiche sull'Ara Pacis. Di «fissazione» sicuramente si tratta: materiali che resteranno nei prossimi secoli in pieno centro storico. Più «fissazione» di così.
E Meier deve saperlo bene, lui che è così abituato a dialogare (con i suoi famosi bianchi, con le sue ampie aperture protette dal vetro, con le sue linee nette) con gli spazi aperti delle città americane. A Tor Tre Teste il Meier americano a Roma ha regalato un pezzo di urbanistica contemporanea di straordinario valore. Ora bisognerà capire cosa accadrà con l'Ara Pacis. L'elegante americano a Roma (capelli candidi, abito grigio di ottima fattura, un tratto umano che suggerisce simpatia) sa che la scommessa non è da poco. Lo sapeva già ai tempi in cui studiava nella nostra città, si immaginava un futuro tutto da scrivere. Sapeva che la città così ben leggibile dal Gianicoto nei giorni di tramontana è un tessuto irripetibile con un centro storico. A Meier è toccato in sorte una opportunità unica in una vita: un'amministrazione comunale che, senza un concorso internazionale, gli ha affidato per «chiamata diretta» un progetto che avrebbe fatto per sempre felice qualsiasi architetto di questo mondo. L'ex studente dell'American Academy forse ha creduto di sognare, sapendolo.
E adesso il suo progetto è lì, in vetro e linee bianche. Le polemiche sono archiviate, ormai carta morta. Tutto è lì, «fissato» per chissà quanti secoli. Come andrà a finire? Verrà assorbito dalla Roma che Meier ammirava dal Gianicolo? È la vera scommessa del futuro. Non basterà il sole romano a vincerla. E Meier lo sa.

martedì 25 ottobre 2011

No al sottopasso dell´Ara Pacis la viabilità non sarà migliore

No al sottopasso dell´Ara Pacis la viabilità non sarà migliore
MERCOLEDÌ, 05 OTTOBRE 2011 LA REPUBBLICA - Roma

Il sottopasso dell´Ara Pacis non va fatto per diversi motivi. Innanzitutto non migliorerà la mobilità. Il parcheggio previsto poi, non rimuoverà alcun veicolo dalla superficie: il saldo dei posti auto regolari sarà negativo e il concetto di pertinenzialità dei box non esiste più. Il progetto è un salto nel buio: non è stato fatto alcun sondaggio archeologico e lì vicino c´è il mausoleo di Adriano. E il cantiere così, rimarrà lì per anni.

sabato 22 ottobre 2011

Ara Pacis - Altarplanspiele

Ara Pacis - Altarplanspiele
dsch
Frankfurter Allgemeine 4/10/2005
Die „Ära pacis", der monumentale Friedensaltar, mit dem Kaiser Augustus seine Regierungszeit feierte, ist in Rom nach langer Restaurierung eingeweiht worden. Es war eine Eröffnung all'italiana, weil Roms Bürgermeister Veltroni nur die Baustelle zur Besichtigung freigab, damit aber elegant den Zeitplan einhalten konnte. Von nun an können sich die Römer hinter dem Bauzaun am Tiber über den Fortgang der Umgestaltung durch den amerikanischen Architekten Richard Meier am Wochenende, wenn die Bagger ruhen, informieren. Meier hat für die vom Smog angefressenen Friese einen vollverglasten Rahmen mit Museum, Auditorium und Konzertsaal entworfen. In Zukunft soll die vielbefahrene Tiberstraße unter die Erde gelegt werden, eine Fußgängerzone entstehen und der gesamte Platz neu gestaltet werden.